Estradizione e diritti umani: un revirement della Corte di Cassazione

Estradizione e diritti umani

 

Estradizione e diritti umani: un revirement della Corte di Cassazione sulla verifica ex officio delle cause ostative alla consegna?

Commento alla sentenza Corte di Cassazione n. 8529 del 13.01.2017  

La decisione in commento rappresenta una vera e propria svolta in materia estradizionale, esprimendo, per la prima volta e in netto contrasto con plurime e precedenti decisioni del Supremo Consesso, il principio di diritto per cui la verifica delle condizioni legittimanti l’estradizione (ex art. 705, co. 2, c.p.p.) debbano essere verificate d’ufficio dal Giudice procedente.

Nel caso in oggetto, era stato proposto ricorso per Cassazione avverso una sentenza della Corte di Appello di Brescia, che aveva ritenuto sussistenti le condizioni per l’estradizione richiesta dal Governo della Repubblica di Romania (secondo la Convenzione di Parigi ratione temporis) ai fini dell’esecuzione di una pena di anni tre di reclusione inflitta dalla Pretura di Deva per plurimi fatti di truffa e falso.

Uno dei plurimi motivi di ricorso per Cassazione atteneva alla violazione dell’art. 698, comma primo, c.p.p. a causa del pericolo concreto che l’estradando – consegnato – fosse sottoposto a trattamenti inumani e degradanti in relazione alla gravissima situazione di sovraffollamento del sistema carcerario rumeno.

Estradizione e diritti umaniTale motivo di doglianza è stato ritenuto meritevole di accoglimento da parte della Suprema Corte alla luce del «[…] rischio concreto di sottoposizione [dell’interessato] a trattamenti inumani o degradanti nello Stato richiesto».

La pronuncia in oggetto merita di essere evidenziata poiché, nella parte motiva della stessa, la Corte riconosce al Giudice del merito un importante potere ex officio nell’ambito del procedimento di estradizione.

Tale riconoscimento pare rappresentare un vero e proprio cambio di prospettiva, della Suprema Corte in netta contrapposizione con diverse (anche recenti) pronunce in cui si era affermato il principio di diritto per cui rappresenta onere dell’estradando che rifiuti la consegna declinare le condizioni ostative alla consegna stessa, con particolare riferimento al rispetto della dignità e dei fondamentali diritti umani del carcerato.

Ed infatti, ex multis, Cassazione, 30 maggio 2016, n. 22827 afferma che «[…] incombe […] sull’estradando un preciso onere di allegazione degli elementi e delle circostanze idonei a fondare il timore che l’estradizione preluda alla sua sottoposizione nello Stato richiedente a un trattamento incompatibile col rispetto dei diritti fondamentali della persona». In questa, come in altre precedenti pronunce, la Suprema Corte aveva chiaramente indicato come fosse onere della parte allegare elementi idonei a dimostrare rischi persecutori o potenziali lesioni dei diritti umani fondamentali.

Diversamente, la pronuncia in oggetto mostra un chiaro cambio di prospettiva eliminando, per l’appunto, uno specifico onere di allegazione ed ammettendo un pregnante potere ex officio.

Si chiarisce così come la delicata materia che coinvolge i diritti umani fondamentali è ambito di importanza primaria la cui cura (processuale) non può essere demandata alla sola diligenza delle parti richiedendosi, invece, una verifica (in funzione di “supplenza”) ex officio da parte del Giudice procedente.

La segnalata apertura verso una più completa tutela dei diritti fondamentali si era già intravista nella decisione della Suprema Corte n. 40032/16  nella parte in cui si affermava che «[…] ove l’autorità giudiziaria disponga di elementi oggettivi, affidabili, acccurati e debitamente aggiornati che attestino un rischio reale di trattamenti inumani o degradanti per le persone detenute in uno stato membro, per carenze sistematiche, la stessa è tenuta a valutare l’esistenza di questo rischio quando deve decidere sulla consegna alle autorità di tale Stato della persona oggetto di un mandato d’arresto».

Tuttavia, in tale pronuncia non veniva adeguatamente chiarito se il potere d’impulso nella verifica delle condizioni ostative dovesse spettare unicamente alla parte o fosse attivabile anche d’ufficio. In ogni caso, l’importanza della decisione da ultimo richiamata risiede nell’attestazione della necessità – in caso di dubbio – di ricercare informazioni supplementari che permettano di escludere la sussistenza del rischio di trattamenti inumani.

La sentenza in commento, facendo riferimento allo stato normativo e giurisprudenziale esistente in materia, ha occasione per ribadire che i principi ivi elaborati si estendono anche al procedimento estradizionale1. Tale assunto acquista maggiore pregnanza laddove, come nel caso in oggetto, si tratti di violazione di diritti fondamentali.

Il “nuovo” potere ex officio d’intervento del Giudice nazionale è ulteriormente chiarito in una (ancor più) recente decisione della Corte di Cassazione2 ove si afferma che «[…] in tema di mandato di arresto europeo c.d. esecutivo, il motivo di rifiuto della consegna di cui alla L. n. 69 del 2005, articolo 18, comma 1, lettera h), – che ricorre in caso di “serio pericolo” che la persona ricercata venga sottoposta alla pena di morte, alla tortura o ad altre pene o trattamenti inumani o degradanti – impone all’autorità giudiziaria dello Stato di esecuzione, secondo quanto chiarito dalla Corte di giustizia della Unione europea (sentenza 5 aprile 2016, C404/15, Aaranyosi e C 659/15, Caldararu), di verificare, dopo aver accertato l’esistenza di un generale rischio di trattamento inumano da parte dello Stato membro, se, in concreto, la persona oggetto del m.a.e. potrà essere sottoposta ad un trattamento inumano, sicché’ a tal fine può essere richiesta allo Stato emittente qualsiasi informazione complementare necessaria».

Un siffatto principio già si rinveniva nella pronuncia della Corte di Cassazione, 1 giugno 2016, n. 267296, nella quale la Suprema magistratura, sempre in relazione alla situazione delle carceri della Romania, ha chiarito che, in conformità al principio di mutuo riconoscimento, qualora dalle informazioni assunte non venisse escluso il rischio concreto di trattamento degradante, l’autorità giudiziaria deve rinviare la propria decisione sulla consegna fino a quando – entro un termine ragionevole – non ottenga notizie in grado di escludere la sussistenza del rischio in questione.

In forza dei principi ribaditi (anche di recente) dalla Cassazione, la consegna richiesta dall’autorità giudiziaria procedente potrà essere disposta solo a seguito della ricezione di specifiche informazioni, in forza delle quali possa escludersi ogni rischio di trattamento degradante nei confronti del consegnando.

La suprema Corte, inoltre, ha specificato – sempre nella già citata sentenza 26 maggio 2017 n. 26513 – che la valutazione sul rischio di trattamenti inumani e degradanti deve avvenire nel rispetto dei parametri enucleati dalla giurisprudenza di legittimità e comunitaria in ordine allo spazio individuale intramurario conforme agli standards europei3.

Un ulteriore profilo di non secondaria importanza – analizzato dalla sentenza in commento – attiene alla comparazione tra il potere d’ufficio del Giudice interno di valutare condizioni e presupposti riguardanti altri ordinamenti e il principio – fondamentale nel diritto internazionale – di reciproca collaborazione. Quest’ultimo, infatti, potrebbe subire una significativa compressione una volta riconosciuto un pregnante potere di verifica ex officio del Giudice interno.

In realtà, la decisione de qua afferma ancor di più il carattere di preminenza della tutela dei diritti umani rispetto ad altri principi (quale, in proposito, quello della reciproca fiducia) che, in ogni caso, non vengono scalfiti nel caso di specie. In altri termini, l’assoluto primato dei diritti fondamentali non si pone in contraddizione con altri principi, sebbene risulti necessaria una certa gerarchia tra gli stessi.

Infatti, già in Cassazione, 13 luglio 2016, n. 297214, si precisava che «[…] la circostanza che lo Stato di emissione sia membro dell’Unione europea se da un lato giustifica l’introduzione di regole per la semplificazione delle procedure di cooperazione giudiziaria in materia penale, basate sulla reciproca fiducia e quindi sulla presunzione dell’osservanza dei diritti fondamentali della persona riconosciuti dalla Cedu e dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione, necessaria al funzionamento dell’Unione stessa, dall’altro non può far tollerare situazioni in cui sia dimostrato che il medesimo Stato, attraverso le sue autorità nazionali, non garantisca l’effettiva protezione di tali diritti». La reciproca fiducia, dunque, non automaticamente tradursi in garanzia di rispetto dei diritti umani fondamentali, i quali meritano, in sede estradizionale e Mae, una tutela ancor più rigorosa.

In conclusione, è proprio la segnalata esigenza di tutela che, alla luce del recente approdo giurisprudenziale realizzato dalla sentenza in commento, viene sicuramente rafforzata attraverso l’enucleazione del potere di verifica ex officio delle condizioni legittimanti l’espropriazione. Per tale via, pertanto, è possibile realizzare un significativo passo in avanti nel percorso di condivisione di valori comuni in ambito europeo, primo fra tutto il necessario rispetto dei diritti fondamentali.

Milano, lì 22.08.2017

Avv. Francesco Tettamanzi

Avv. Giambattista Colombo

Download: Commento a Cassazione Fodorean

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