La Corte di Cassazione torna sulla definizione di dichiarazioni spontanee ex art. 350 comma 7

La Corte di Cassazione torna sulla definizione di dichiarazioni spontanee ex art. 350 comma 7  e sul relativo regime di utilizzabilità

 Commento a Cassazione sez. III  n. 2989/2017

Con una recentissima sentenza depositata il 20 gennaio 2017, la Suprema Corte torna su un tema assai delicato per il processo penale quale quello delle spontanee dichiarazioni ex art. 350 comma 7 c.p.p.

Come noto tale norma del codice di rito dispone che “la Polizia Giudiziaria può altresì ricevere dichiarazioni spontanee dalla persona nei cui confronti vengono svolte indagini, ma di esse non è consentita l’utilizzabilità in dibattimento, salvo quanto previsto dall’art. 503 comma 3″.

Si tratta di un mezzo di autodifesa e di collaborazione spontanea, che rappresenta spesso nei processi elemento controverso e delicatissimo, poiché si scontrano principi cardine quali il diritto (dell’accusa) all’accertamento della verità ed il diritto ad una effettiva e completa difesa.

La norma in oggetto è stata pacificamente interpretata in giurisprudenza nel senso che tali dichiarazioni possono essere utilizzate nella fase delle indagini preliminari ed nel rito abbreviato.

L’art. 350 c.p.p., comma 7, ricorda la corte, “consente che le “dichiarazioni spontanee” rese alla polizia giudiziaria dalla persona nei cui confronti vengono svolte le indagini siano pienamente utilizzate nella fase delle indagini preliminari (Sez. U, n. 1150 del 25.9.2008) e anche nel giudizio abbreviato, attesa la natura peculiare dello stesso, caratterizzato dallo svolgimento allo stato degli atti, implicando la relativa richiesta la rinuncia a sollevare eccezioni sulla ritualità degli atti in base ai quali è documentato, anche se trattasi di atti compiuti dalla polizia giudiziaria che non sarebbero di per sè utilizzabili in eventuale accertamento dibattimentale” (Cass. Pen. Sez. 5, n. 44829 del 12.6.2014; Sez. 5, n. 6346 del 16.1.2014; Sez. 4, n. 1554 del 31.1.1997).

In tempi più recenti sempre la Corte di Cassazione: “ai sensi del combinato disposto degli articoli 374 e 350, comma 7, del Cpp, nell’ipotesi in cui il soggetto sia stato avvertito della qualità di indagato e rilasci dichiarazioni spontanee, senza la presenza del difensore, queste ultime, pur non essendo utilizzabili in dibattimento, salvo quanto previsto dall’articolo 503, comma 3, del Cpp, sono pienamente utilizzabili nella fase delle indagini preliminari, ai fini cautelari e nel giudizio abbreviato. Nell’ambito di quest’ultimo, in particolare, poiché l’imputato ha rinunciato alle garanzie connesse all’espletamento del dibattimento, in cambio di un più favorevole trattamento sanzionatorio, non opera il divieto di utilizzazione delle dichiarazioni spontanee, che si riferisce esclusivamente al dibattimento”. (Cassazione Sezione 6 penale – Sentenza 10 giugno 2016, n. 24374)

Punto determinante e vero tema che la sentenza in commento affronta è chiarire cosa debba veramente intendersi per spontaneità ai fini dell’applicazione dell’art. 350 comma 7 c.p.p.

La suprema Corte nella sentenza in oggetto spiega come la qualificazione delle dichiarazioni non possa dipendere dalle “etichette” fornite dalla Polizia giudiziaria: ciò che conta, ai fini che qui interessano, è che la spontaneità delle dichiarazioni “deve essere accertata d’ufficio in modo rigoroso sulla base di tutti gli elementi a [..]disposizione [del Giudice]“.

Tale principio, oggi ribadito in modo chiaro della Suprema Corte era già stato cristallizzato alcuni anni addietro dalla stessa Corte di legittimità in diverse pronunce.

In sede di giudizio abbreviato, il giudice non può limitarsi a ritenere spontanee le dichiarazioni dell’indagato solo perchè così qualificate dalla polizia giudiziaria che le ha ricevute, ma deve d’ufficio accertare, sulla base di tutti gli elementi, anche di natura logica, a sua disposizione se nel caso concreto era effettivamente ravvisabile tale spontaneità, dando atto di questa valutazione con motivazione congrua ed adeguata. Detto accertamento va compiuto d’ufficio dal giudice perchè la mancanza di spontaneità comporterebbe una inutilizzabilità assoluta delle dichiarazioni anche nel giudizio abbreviato.
(Cass. Sezione III Penale, 7 giugno – 21 settembre 2012, n. 36596)

Principio che oggi può dirsi cristallizzato nell’ordinamento è quindi che, in tema di dichiarazioni ex art. 350 comma 7 c.p.p.., è necessaria una rigorosa verifica d’ufficio della ricorrenza in concreto dell’elemento che la giustifica, ovvero della effettiva spontaneità delle dichiarazioni. Ciò non può dirsi ovviamente quando le dichiarazioni si risolvano in risposte a domande rivolte dalla polizia, salvo naturalmente che le domande siano poste per ad ottenere precisazioni su fatti spontaneamente dichiarati.

Tale interpretazione è necessaria ai fini di garanzia dell’indagato poiché il comma 7 detta una norma che fa eccezione alle disposizioni più generali poste dalla disciplina in tema di dichiarazioni dell’indagato e, in particolare, alla norma secondo cui le notizie assunte sul luogo o nella immediatezza del fatto da persona nei cui confronti vengono svolte indagini senza la presenza del difensore possono essere utilizzate solo ai fini della immediata prosecuzione delle indagini mentre ne è vietata ogni documentazione e ogni altra utilizzazione (commi 5 e 6) oltre che al principio generale posto dagli artt. 63 e 64 c.p.p., (ed al principio generale del nemo tenetur se detegere).

In punto di spontanee dichiarazione è opportuna un’ultima precisazione.

Il dato spaziale del luogo in cui le dichiarazioni sono state rese non rileva ai fini che qui interessano.
Già nel 2015 con la sentenza n. 29799 la Cassazione aveva chiarito che non è nemmeno sufficiente la sola circostanza che tali dichiarazioni (spontanee ai fini del comma 7) non siano state rese nell’immediatezza del fatto ma a distanza di alcune ore negli uffici del Comando Compagnia Carabinieri, non ricavandosi comunque dal verbale, nè lo stesso imputato lo ha affermato, che egli vi si sia presentato perché convocato, nè essendovi motivo alcuno di sospettare che si sia trattato di dichiarazioni rese in risposta a richieste dei verbalizzanti o, comunque, da questi sollecitate.
Quindi nulla cambia se le dichiarazioni siano immediate o successive rispetto all’intervento della polizia, essendo valide anche rese ore dopo in caserma. Ciò che invece rileva è che il soggetto non sia stato convocato per renderle e che non gli vengano poste domande. Solo così si può parlare di piena spontaneità, presupposto necessario ex lege per la loro utilizzabilità nel rito abbreviato e nelle indagini.

Francesco Tettamanzi, Studio Legale Colombo

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